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Isole Eolie

Le 7 Isole Eolie

Alicudi Filicudi Lipari Panarea Salina Stromboli Vulcano
Arcipelago delle Isole Eolie 98050 - 98055 Sicilia Italia
Architettura eoliana

L’architettura delle Isole, escludendo i tanti ritrovamenti archeologici, le Chiese, il complesso monumentale del Castello, e le case, prevalentemente dei centri abitati, è formata da costruzioni rurali, finalizzate all’attività agricola che un tempo costituivano l’attività economica primaria delle isole.
Esistono anche pochi esempi di costruzioni realizzate per un uso diverso da quello abitativo, quali capannoni per la lavorazione e conservazione della pomice, alcuni mulini, un ex ospedale e lo stabilimento termale di San Calogero, ormai completamente riedificato.
Nel periodo in cui le Isole erano ancora soggette alle scorrerie dei pirati berberi, e sino ai primi anni del 1600, vennero realizzate piccole torri di avvistamento e difesa delle quali rimane un notevole esempio, ancora quasi intatto, in località Mendolita, lungo la strada che porta verso Capistello che spicca isolato a difesa dei magazzini e del palmento affiancati.

Le costruzioni rurali

Ma l’architettura naturalmente più diffusa, dotata di caratteri particolari per i volumi architettonici e per gli elementi funzionali e decorativi, oggi a ragione viene intesa come “architettura eoliana”, è quella rappresentata dalle costruzioni rurali, aggregate in piccoli borghi o isolate nelle campagne, utilizzate prevalentemente per la conduzione personale di piccoli fondi agricoli.

Le tipiche costruzioni eoliane si sviluppano secondo modelli di tipo cellulare, con l’accostamento o la sovrapposizione di elementi a cubo, completate da copertura piana, utilizzata per raccogliere meglio l’acqua piovana.


Sono costruzioni che si sviluppano secondo modelli di tipo cellulare, con l’accostamento o la sovrapposizione di elementi a cubo, completate da copertura piana, utilizzata per raccogliere meglio l’acqua piovana. Nel tempo, si sono aggiunti motivi tipici di altre architetture, soprattutto di quella campana, sino a diventare parte integrante del linguaggio costruttivo. La casa rurale con sviluppo verticale è generalmente costituita da due vani-cellula, non comunicanti dall’interno, ma collegati da una scala esterna, realizzata su arco rampante. Al pianterreno si trovava la cucina cui venivano accostati i volumi più piccoli dei rustici e dei servizi. Non di rado si avevano più vani-cellula per piano e, in questo caso, i vani del  piano superiore comunicavano tra di loro attraverso una terrazza, che si riproponeva, coperta e chiusa da grandi arcate, al piano sottostante.
Più frequente, invece, lo sviluppo orizzontale, a losanga, ottenuto mediante l’accostamento successivo di vani cellula, sempre non comunicanti tra di loro e prospettanti su un’ampia terrazza, il “bagghiu”, generalmente coperto da un pergolato su travi di legno, poggianti su pilastri cilindrici, i tipici “pulera”. Anche in questo caso alla struttura abitativa venivano ad affiancarsi i volumi dei piccoli magazzini, spesso anche un palmento e delle stalle.
La terrazza era delimitata da un muretto nel quale, tra i “pulera”, venivano realizzati dei sedili in muratura, detti “bisuoli”, con il piano rivestito da mattonelle in maiolica policroma, un lavatoio rustico, con asse in pietra e, spesso, il collo della cisterna che, interrata sotto al “bagghiu”, era destinata a contenere l’acqua piovana.   
Il “bagghiu”, oltre a svolgere la funzione di collegamento tra le varie stanze ed i magazzini, costituiva lo spazio nel quale si svolgeva, sotto il pergolato che attutiva i raggi del sole, la vita quotidiana della piccola comunità. Vi si essiccavano e lavoravano i prodotti agricoli, vi si riuniva alla sera la famiglia al lume delle lanterne (inserite molto spesso in nicchie ricavate nello spessore dei pulera, per proteggerne la fiammella dal vento), vi si svolgevano, insomma, tutte le faccende domestiche.
Proprio al di là del muretto di delimitazione del “bagghiu”, in una piccola aiuola crescevano stentatamente gli ortaggi  per l’uso quotidiano, innaffiati, e poco, con l’acqua delle pulizie domestiche; in qualche raro caso, ed era un lusso considerando la carenza di acqua, al posto degli ortaggi vi era un’aiuola fiorita e piena di colori.
Accanto alla casa si trovava uno spiazzo, chiamato “littiera”, su cui venivano posti a seccare, su caratteristici cannizzi, passolina o fichi secchi, che, la sera, venivano messi al riparo in un magazzino aperto, con arco a sesto ribassato, chiamato “pinnata”.
A completare la costruzione, qualche volta vi erano anche un palmento, dove si pestava l’uva, ed un’aia, realizzata in pietrame e battuto pozzolanico. In alcune costruzioni di dimensioni maggiori, nel “bagghiu”, veniva costruito anche un secondo forno a legna (uno certamente lo si aveva già nella cucina, accanto al focolare, anch’esso in muratura e rivestito da piastrelle) di dimensioni notevolmente maggiori e destinato, quasi esclusivamente, alla cottura del pane, che fatto biscottare, si conservava per periodi anche molto lunghi.

Quella delle isole, era una economia povera, che doveva trovare all’interno delle singole strutture contadine tutte le capacità, per una sopravvivenza autonoma.


La struttura di queste abitazioni, era anch’essa improntata alla povertà della civiltà contadina ed alla assoluta autosufficienza. Le case erano realizzate in pietra locale, di pezzatura irregolare, cementate con malta pozzolanica mista a calce; di malta pozzolanica e pietrame, e battuto a lungo con dei mazzuoli per renderlo impermeabile, era anche il massetto delle coperture, che poggiava su travi in legno di castagno e di incannucciato.
Le aperture, chiuse da infissi rustici in legno, a sportelloni e quasi sempre senza vetri, venivano realizzate tutte su di un solo prospetto, quello affacciante sul “bagghiu”, e con un orientamento verso mezzogiorno o levante, le esposizioni più assolate e soggette a venti più miti, mentre gli altri tre lati venivano lasciati rigorosamente chiusi. In alcuni vani, nella cucina ad esempio, venivano praticate anche delle piccole aperture, lasciate sempre aperte, per il ricambio dell’aria; molto spesso, per delimitarle con precisione, si adoperavano vecchie pentole di coccio senza il fondo.
Con lo sviluppo delle attività agricole, e il progredire dei traffici marittimi, migliorano le condizioni di vita degli isolani e, grazie ai contatti più frequenti con grandi città quali Napoli e Palermo, si propongono anche nuovi modelli di vita che influenzano persino gli elementi costruttivi eoliani.
Le abitazioni assumono forme e dimensioni maggiori, le aperture vengono spesso riquadrate da cornici in pietra locale, le facciate vengono rifinite e decorate con più cura, anche con elementi curvilinei, i “pizzi”, posti ad ornamento dei muretti di coronamento delle coperture piane. Un altro elemento decorativo utilizzato soprattutto negli ultimi secoli, è la rifinitura delle case, nella loro facciata principale, con rifasci a spessore nell’intonaco, e colori vivaci a volte accostati secondo bicromie di notevole e audace effetto decorativo. Tale caratteristica, che appare evidentissima in queste foto di vecchie case rustiche, ha suscitato e suscita ancora un vivace dibattito sulla tipicità o meno della colorazione nell’architettura eoliana: molti autori locali, rifacendosi alle “bianche case eoliane”, descritte nelle opere di tanti viaggiatori illustri (Luigi Salvatore d’Austria, Houel, Vuillier) hanno sostenuto che tipica dell’architettura eoliana era la colorazione bianco-calce delle case. Certamente in periodi di gravi difficoltà e paure, a causa delle scorrerie dei pirati berberi, le case eoliane venivano rifinite con impasti di terra locale, per meglio mimetizzarle sullo sfondo del territorio, secondo il principio, usato ancora nei paesi maghrebini, dei “villaggi di terra”.
Cessato questo pericolo e migliorate, nel contempo, le condizioni di vita degli isolani, certamente ne è conseguita una maggiore cura nella realizzazione delle abitazioni, la cui tinteggiatura, ottenuta con vivaci pigmenti o terre naturali stemperate con il latte di calce, costituiva anche il segnale esterno di una nuova agiatezza, un segnale di gioia che si manifestava nella vivacità dei colori delle facciate.

Giuseppe Lo Cascio