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Isola di Lipari

Museo Bernabo' Brea

cosa vedere a Lipari
Lipari- Isole Eolie 98055 Sicilia Italia
  • Chiostro
  • Nella ringhiera il simbolo liparoto
  • Il teatro greco ricostruito
  • Resti del villaggio preistorico

Il Museo Eoliano, creato nel 1954 da Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, espone organicamente in diversi edifici, sul Castello di Lipari, complessi di reperti provenienti dagli scavi intensamente condotti dai due studiosi nell'Arcipelago Eoliano dagli anni 40 ad oggi.

Per le sue caratteristiche di Museo "vivo", in costante e "centrale" rapporto col territorio di appartenenza (l'incremento e lo sviluppo delle sue collezioni e degli apparati espositivi, nonché delle sue infrastrutture, sono pressoché continui), è direttamente connesso al costante progredire delle indagini archeologiche.
L'esposizione, pur nel rigore scientifico, è improntata, secondo la limpida concezione didattica dei suoi creatori, a criteri di chiarezza illustrativa che rendono la visita proficua e gradita anche ai non specialisti.
Un particolare impatto sul pubblico suscitano, ad esempio, le ricostruzioni storiche, con gli elementi originari di contesti di scavo (la necropoli della tarda età del Bronzo di Piazza Monfalcone a Lipari, le necropoli preistoriche e protogreche di Milazzo, un settore della necropoli greca di Lipari).
In quest'ottica i testi esplicativi che accompagnano l'esposizione sono a due livelli: didascalie rosse in italiano ed inglese con le informazioni essenziali per una visita rapida ma "consapevole" e testi più diffusi e dettagliati, a caratteri di colore nero dei quali, è in preparazione la traduzione in lingua inglese.
Nelle varie sezioni il pubblico può consultare postazioni informatiche con testi interattivi con un ampio corredo di informazioni e di spunti di approfondimento, sulle emergenze archeologiche e monumentali del Castello e sui complessi esposti nel Museo.
La visita inizia dalla sezione preistorica, all'interno del Palazzo Vescovile, costruito all'inizio del XVIII secolo inglobando i resti di parte del monastero normanno del XII secolo. È dedicata alle diverse culture preistoriche succedutesi nell'isola di Lipari dal primo stanziamento umano degli ultimi secoli del V millennio (neolitico medio) e, nell'ultima sala, alla topografia di Lipàra greca e della successiva città romana.

L’esposizione, pur nel rigore scientifico, è improntata, secondo la limpida concezione didattica dei suoi creatori, a criteri di chiarezza illustrativa che rendono la visita proficua e gradita anche ai non specialisti. 

Edizioni Avvenire 2000

Umberto Spigo

Al piano superiore Sala I: prima fase del neolitico eoliano, probabilmente ultimi secoli del V millennio a.C.
Insediamento sugli altipiani del Castellaro Vecchio nella parte occidentale dell'isola (circa 400 m. s.l.m.).
Alle testimonianze dell'industria dell'ossidiana (lame, nuclei, schegge di lavorazione) che caratterizza anche, come mostra l'ampia esemplificazione esposta, le successive culture del neolitico eoliano, si accompagna la ceramica di impasto di stile "stentinelliano", decorata ad incisioni od impressioni.
Seconda fase del neolitico eoliano: primi secoli del IV millennio a.C.
Primo stanziamento umano sulla rocca del Castello dovuto a genti diverse da quelle insediatesi al Castellaro Vecchio: ceramica dipinta tricromica ceramica ad impasto bruno differente da quella del Castellaro Vecchio con tipologie che trovano riscontri in area transadriatica (Iugoslavia, Albania).
Sala II: Terza fase del neolitico eoliano: intorno al 3500 a.C.
Nuovo insediamento sulla Rocca del Castello, caratterizzato dalle ceramiche a motivi meandro spiralici dello Stile di Serra d'Alto.
Neolitico Superiore. Ultimi secoli del IV millennio a.C.
Abitato nella piana di c.da Diana. Ampie testimonianze della lavorazione dell'ossidiana il cui commercio, all'apogeo, è fonte di grande benessere economico e dell'eccezionale sviluppo demografico dell'isola.
Ceramiche a superficie monocroma a vernice corallina dello stile di Diana.
Sala III: Neolitico Superiore.
Altra ceramica dalla c.da Diana.
Prima fase dell'Eneolitico: primi secoli del III millennio a.C.
Insediamento di Spatarella sulle pendici occidentali del Monte Giardino.
Insediamento sulla rocca del Castello.
Ceramica dello stile di Diana con influenze della cultura precedente ma attestanti, nelle forme e nelle decorazioni, nuovi influssi culturali.
Scorie di fusione del rame dal Castello, prima importante testimonianza di lavorazione locale del metallo.
Ricostruzione, in due vetrine affiancate, di una sezione stratigrafica da una trincea degli scavi del Castello con la successione dei vari livelli insediativi dal Neolitico medio all'età storica.
Sala IV: Fase media dell'Eneolitico. Intorno alla metà del III millennio a.C.
Cultura di Pianoconte (dall'eponima stazione di Lipari).
Ceramica di impasto bruno dello stile di Pianoconte con caratteristica decorazione a larghi solchi; frammenti di ceramica dipinta dello stile di Serraferlicchio, dalla Sicilia.
Eneolitico superiore: ultimi secoli del III millennio a.C.
Cultura di Piano Quartara (dall'insediamento eponimo dell'isola di Panarea).
Insediamento di c.da Diana. Ceramiche dello stile di Piano Quartara che mostrano contatti con le culture tardo-eneolitiche della Sicilia.
Sala V: Prima età del Bronzo. Cultura di Capo Graziano.
Prima fase: primi secoli del II millennio a.C. Abitato nella piana di Lipari e necropoli ad incinerazione di c.da Diana.
Sala VI: Prima età del Bronzo.
Fasi evoluta e finale della Cultura di Capo Graziano: XVIII-XV secolo a.C.
Abitato sulla rocca del Castello: capanne della fase "verde" (per quest'abitato e per i successivi dell'Età del Bronzo ci riferiamo ai colori che differenziano le varie fasi nelle planimetrie e nelle sezioni sui tabelloni didattici nelle due trincee di scavo sul Castello ed all'interno del Museo).
Ceramica dello Stile di Capo Graziano, a partire dalla prima metà del XVI secolo a.C.. Ceramiche dipinte di importazione egea protomicenee (miceneo I e II a).
Media età del Bronzo. Cultura del Milazzese: fine del XV prima metà del XIII secolo a.C..
Abitato sulla rocca del Castello: capanne della "fase rossa". Ceramica dello stile del Milazzese con forme e decorazioni tipologicamente affini a quelle della cultura siciliana di Thapsos.
Ceramica dipinta micenea (Miceneo IIIA e IIIB iniziale). Marche e contrassegni di tipo Egeo su ceramica locale.
Piano Terra. Sala VII: Tarda Età del Bronzo.
Ausonio I: 1270 a.C. circa fine del XII secolo a.C.
Abitato sulla rocca del Castello: capanne della "fase azzurra". Ceramiche di impasto con forme e tipologie decorative affini a quelle del Tardo Appenninico dell'Italia Peninsulare; pochi frammenti di ceramica dipinta del Miceneo III B e C.; oggetti di bronzo (in particolare fibule).
Grande ripostiglio di bronzi (circa 80 kg.), entro un grosso vaso ad impasto, riferibile alle fasi finali dell'Ausonio I: grumi, lingotti, frammenti di armi, rasoi, fibule e strumenti vari (falcetti, seghe).
Ausonio II. Fase iniziale: fine XII - Prima metà XI secolo a.C.
Necropoli ad incinerazione entro situle (secchi) e ad inumazione entro pithoi (giarroni) di Piazza Monfalcone: nei corredi oggetti di bronzo (fibule, spilloni, etc.) monili preziosi di ambra baltica, di pietre dure, di pasta vitrea, di perle di cristallo di rocca d'oro.
Sala VIII: Ausonio II. Fine XII-X secolo.
Abitato sulla rocca del castello: capanne della "fase blu". Ceramiche tipologicamente vicine a quelle della cultura "protovillanoviana" dell'Italia peninsulare dalla quale dovrebbero essere importati esemplari dipinti con decorazione geometrica; ceramiche a decorazione "dipinta piumata", attestante connessioni con la cultura siciliana di Pantalica II - Cassibile (X secolo a.C.); numerosa ceramica nuragica della Sardegna; rari frammenti del Miceneo III C.
Sala IX: Fasi finali dell'Ausonio II.
Suppellettili ceramiche della fase finale dell'Ausonio II (fine del X secolo a.C.) proveniente dallo strato di distruzione delle capanne dell'abitato del Castello.
Sala X: Topografia della Lipàra Greco-Romana.
Nella parete occidentale è inglobato un poderoso tratto di muro del monastero normanno che utilizza, nel paramento, blocchi in pietra lavica dalla cinta muraria greca del IV secolo a.C.
Complesso dal "bothros" (pozzo votivo) del santuario di Eolo dell'Acropoli.
Chiusino circolare del bothros in pietra lavica con presa configurata a leone accovacciato (metà del VI secolo a.C); fra le numerose offerte votive (suppellettili ceramica, statuette in terracotta etc.) databili fra la metà del VI e la seconda metà del V secolo a.C.) la brocchetta con iscrizione graffita in greco con dedica ad Eolo e il grande deinos (vaso da convivio per mescere vino ed acqua) di fabbricazione attica, con figure nere del Pittore di Antimenes con imprese di Ercole e di Teseo dipinte sul bordo esterno (intorno al 530 a.C.).
Nella stessa sala sono fra l'altro esposte ceramiche di età greca e romana, soprattutto dall'Acropoli; una testa in marmo di un acrolito (statua con le parti nude in marmo e la veste ed altri elementi in bronzo) della seconda metà del V secolo a.C.; monete in bronzo della Lipàra greca e romana della fine del V al I secolo a.C.; una statuetta maschile panneggiata in marmo della fine del IV - inizi del III secolo a.C. proveniente dall'Acropoli; una statua in marmo di bambina di età imperiale romana dalla c.da Diana.
Dalla sala X si passa nel Giardino epigrafico, delimitato sui lati nord ed est da strutture del monastero normanno, dove sono esposti sarcofagi e steli funerarie in pietra lavica, recanti in greco il nome del defunto e provenienti dalla necropoli greca e romana di c.da Diana.
Sul lato sud si accede al piccolo Padiglione Epigrafico, in un edificio che espone numerosi steli e cippi funerari dalla necropoli, dal V al I secolo a.C.
Sezione delle Isole Minori. Dinanzi alla Sezione Preistorica.
È dedicata agli insediamenti preistorici delle isole minori dell'Arcipelago eoliano, dal neolitico medio alla media età del Bronzo.
Sala XI:
Vi sono collocati grandi pithoi di impasto dell'età del Milazzese dall'insediamento della Portella di Salina.
Sala XII: Neolitico ed eneolitico.
Materiali dalla capanna ovale di Rinicedda di Leni nell'isola di Salina, appartenente ad un insediamento del medio neolitico (ultimi secoli del V milennio a.C.) contemporaneo al più antico stanziamento di Lipari, al Castellaro Vecchio: ceramiche di tipo stentinelliano.
Testimonianze del Neolitico superiore (seconda metà del IV millennio a.C. da Salina e Panarea).
Eneolitico medio. Cultura di Pianoconte.
Stromboli: Stanziamento in località Serra Fareddu.
Eneolitico superiore cultura di Piano Quartara.
Panarea: stanziamento nel sito eponimo.
Salina: capanne di Serro Brigadiere e di Serro dell'Acqua, tre vasi di impasto da una tomba di Malfa.
Età del Bronzo Antico. Fasi iniziali della Cultura di Capo Graziano (XX-XIX secolo a.C. circa).
Filicudi:
1) Capanne del villaggio costiero del Piano di Porto: ceramiche di impasto.
2) Corredi funerari di sepolture in anfratti della roccia sulle pendici della Montagnola di Piano Graziano.
Sala XIII: Antica età del Bronzo. Cultura di Capo Graziano.
Filicudi: Capo Graziano. Insediamento della Montagnola (probabilmente dal XIX-XVIII secolo a.C.).
Ceramiche di impasto dello stile di Capo Graziano, vari oggetti fittili, una forma di fusione in pietra per la fabbricazione di strumenti di bronzo; a partire dagli inizi del XVI secolo a.C. ceramiche egee dipinte (Miceneo I e II).
Panarea: vasetti dell'età di Capo Graziano, probabilmente da una stipe votiva, da Punta Peppe Maria.
Alicudi: frammenti dello stile di Capo Graziano da c.da Fucile.
Sala XIV: Antica età del Bronzo. Cultura di Capo Graziano.
Stromboli: insediamento di S.Vincenzo.
Media età del Bronzo: Cultura del Milazzese.
Filicudi: montagnola di Capo Graziano. Livelli insediativi della cultura del Milazzese sovrapposti all'abitato della cultura di Capo Graziano: ceramiche dello stile del Milazzese, frammenti di ceramiche dipinte egee del Miceneo III A 1.
Sala XV:
Salina: discarica con materiali ceramici dagli insediamenti dell'antica e media età del Bronzo del Serro dei Cianfi (Cultura di Capo Graziano e successiva Cultura del Milazzese).
Media età del Bronzo: Cultura del Milazzese.
Salina: insediamento arroccato sulla cresta di c.da Portella (capanne ovali), ceramiche dello stile del Milazzese delle quali diverse con contrassegni di vasai; ceramiche mesoappenniniche dalla penisola italiana; collane di pietra dura e di pasta vitrea di provenienza micenea.
Panarea: abitato eponimo del Capo Milazzese (capanne ovali, tranne una quadrata): ceramiche dello stile del Milazzese con numerosi contrassegni di vasai, ceramiche dipinte di provenienza egea del Miceneo III A e B, ceramiche mesoappenniniche, forma di fusione in arenaria per nastri di bronzo.
SEZIONE DI ARCHEOLOGIA CLASSICA
All'interno di un edificio dell'ex campo di confino fascista ristrutturato nel dopoguerra ed ampliato di recente sul lato occidentale.
Piano terreno.
SEZIONE DELL'ARCHEOLOGIA DI MILAZZO
Raccoglie complessi di reperti dagli scavi effettuati negli anni '50 a Milazzo.
Sala XVI:
Ricostruzione della trincea di scavo della necropoli della media età del Bronzo del Predio Caravello, appartenente alla cultura del Milazzese (1430-1270 a.C.): sepolture ad inumazione, col cadavere rannicchiato entro grandi pithoi (giarroni).
Sala XVII:
Necropoli protovillanoviana.
Ricostruzioni, con la stratigrafia originaria, di tombe ad incinerazione delle necropoli Protovillanoviane dell'Istmo: XII secolo a.C. e forse inizi del successivo, contemporaneamente alla fase finale dell'Ausonio I di Lipari e agli inizi dell'Ausonio II (cfr. Sezione Preistorica: sala VII).
Il rito funerario e la forma delle urne di impasto, all'interno di pozzetti foderati in pietrame o in ciste di lastre litiche, sono rispondenti a quelle delle necropoli cosiddette "protovillanoviane" della penisola italiana.
Sala XVII:
Necropoli greca arcaica di Mylai.
Mylai (Milazzo) fu fondata intorno al 716 a.C. come fortezza dalla colonia calcidese (fondata cioè da coloni greci di Calcide in Eubea) di Zancle, l'attuale Messina.
La sua necropoli arcaica, impiantatasi sull'Istmo nello stesso sito della necropoli protovillanoviana è costituita anch'essa da sepolture a cremazione (alcune ricostruite nella sala precedente) con ceneri entro contenitori vascolari di vari tipi e fabbriche, comprese diverse anfore.
I corredi attengono a due gruppi di sepolture: il primo fra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo a.C., l'altro fra la fine del VII e il primo quarto del VI secolo a.C.: ceramica dipinta di Corinto, appartenenti a fasi piuttosto antiche della produzione protocorinzia, con fine decorazione geometrica, nelle sepolture del gruppo più antico, e al Corinzio Antico, nel gruppo più recente; vasi di fabbrica calcidese coloniale.

Sala XXVII: Archeologia sottomarina.

Sono esposti numerosi contesti archeologici sottomarini dell'Arcipelago Eoliano, i cui fondali costituiscono una vera e propria "miniera archeologica": carichi di nave naufragate in tratti di mare di particolare pericolosità soprattutto se attraversati durante un fortunale, e discariche portuali nell'area di approdi ora scomparsi per le modifiche subite attraverso i secoli dalla linea di costa.
La visita inizia a sinistra dell'ingresso in senso orario.
Tra i complessi più cospicui: Relitto Ciabatti - Signorini da Pignataro di Fuori, a Lipari: è uno fra i più antichi carichi del Mediterraneo, con ceramiche di impasto della prima età del bronzo (fase iniziale della Cultura di Capo Graziano: inizi del II millennio a.C.).
Frammenti ceramici dall'età greca arcaica all'epoca rinascimentale, dalla discarica di uno scalo portuale ora scomparso, antistante il Monte Rosa a Lipari.
Relitto dai fondali presso lo scoglio di Dattilo a Panarea: carico di ceramiche a vernice nera forse prodotte in un centro greco dell'Italia meridionale (fine del V inizi del IV sec.a.C).
Relitto F di Capo Graziano di Filicudi. Anfore greco-italiche e ceramica a vernice nera di probabile fabbrica eoliana (prima metà del III secolo a.C.).
Relitto della Secca di Capistello a Lipari: anfore greco-italiche e ceramica a vernice nera Campana A (forse di fabbrica napoletana 300-280 a.C. circa).
Relitto A Roghi della Secca di Capo Graziano di Filicudi: nella grande "piramide scalare" al centro della sala, anfore vinarie Dressel I A e numerosa ceramica a vernice nera Campana B prodotta nell'Italia Centrale. Alcune monete bronzee (assi) di età romana datano il relitto alla prima metà del II secolo a.C.
Relitto Alberti delle Formiche di Panarea: carico di anfore vinarie di probabile provenienza campana e di vasi acromi di minori dimensioni (anforette, brocche, etc.). Seconda metà dei I secolo d.C.
Relitto di età tardo imperiale romana di Punta Crapazza fra Lipari e Vulcano: lingotti di stagno probabilmente di provenienza spagnola, noccioline, "blocchetti" di solfuro di arsenico (realgar) usato come colorante, etc.
Relitto Filicudi E o dei cannoni: tre cannoni di bronzo da una nave da guerra spagnola del XVII secolo.
Sale a destra dell'ingresso.
Sala XIX:
Ricostruzione della trincea di scavo della necropoli della tarda età del Bronzo di Piazza Monfalcone a Lipari (Sezione Preistorica Sala VII).
Sala XX:
A partire da questa tutte le altre sale del Padiglione Classico ospitano corredi tombali della Necropoli Greca e Romana di c.da Diana a Lipari.
Attraverso i reperti esposti nella sala XX sono offerte esemplificazioni di tre categorie di manufatti ricorrenti nella necropoli:
1. Sarcofagi fittili e in pietra lavica, di varie tipologie (VI- IV sec. a.C.).
2. Grandi vasi e anfore di età greca (dal VI al IV sec. a.C.) di vari tipi e fabbriche utilizzati come contenitori del corredo posto all'esterno della tomba o, in alcuni casi, come cinerari.
3. Cippi e steli in pietra lavica di diversi tipi che venivano poste sulla tomba come "semata" (segnacoli) e per la maggior parte dei casi recavano iscritto il nome del defunto, dal V secolo a.C. alla prima età imperiale.
Numerosi altri steli e cippi sono conservati nel Padiglione Epigrafico.
PRIMO PIANO
Sala XXI: Corredi funerari del VI,V e del IV secolo a.C.
VI Secolo a.C. (vetrina a destra dell'ingresso e primi due settori lungo la parete Est).
Le tombe più antiche risalgono a poco dopo la fondazione della colonia di Lipàra (580-576 a.C.).
Nei corredi, fra la ceramica d'importazione, a parte alcuni esemplari, solitamente modesti, di ceramica figurata di Corinto appartenenti in prevalenza all'avanzato Tardo Corinzio, soprattutto della seconda metà del VI secolo a.C., si registra una piuttosto intensa presenza delle officine vascolari attiche (soprattutto di Atene) con numerosa ceramica a figure nere dell'ultima fase della produzione, fra il 530-525 e il 500-490, per la maggior parte con scene soprattutto di battaglia e con soggetti direttamente legati al culto di Dioniso (il dio stesso, il suo seguito di satiri e menadi, etc.), mentre alcuni frammenti di eccellente livello rappresentano poi le prime fasi della produzione a figure rosse, fra il 520 e il 500-490 a.C., fra i quali lo splendido frammento di stamnos con probabile raffigurazione di Dioniso, attribuibile ad uno dei maggiori ceramografi ateniesi, il cosiddetto Pittore di Berlino.
Di particolare interesse, fra gli altri materiali, è la presenza di una statuetta egizia in "faience" azzurra un caratteristico "ushabti" ("colui che risponde", naturalmente al posto del defunto), importante testimonianza storica della probabile presenza fra i fondatori di Lipari, di greci provenienti dal delta del Nilo.
V secolo a.C. (vetrina lungo la parete a destra dell'ingresso).
Ancora numerosa per quasi l'intero arco del secolo, almeno sino agli inizi dell'ultimo venticinquennio, si presenta la ceramica attica, sia a vernice nera sia a figure rosse.
Fra quest'ultima spiccano alcuni grandi crateri utilizzati come cinerari e esposti nella prima vetrina centrale: due importanti opere della "fase manierista", fra il 480 e il 465 a.C., cratere a colonnette del Pittore del Porco con scene di convivio e sull'altro lato di palestra; cratere a campana, del Pittore di Providence, Eos (l'aurora) che insegue, per rapirlo, il giovinetto Tithonos e sul retro, il dio Hermes; un piccolo gruppo di crateri del tardo stile "classico" della seconda metà del V secolo a.C.
Poche ma di grande interesse le terrecotte figurate: un piccolo gruppo di statuette da due tombe infantili del 470-460 a.C. mostra fra l'altro, aldilà dei possibili significati simbolici, alcuni quadretti di vita domestica (una madre che fa il bagno al figlioletto, una donna intenta a cucinare, un'altra a macinare il grano); un grande busto di dea (Demetra o la figlia Persefone) degli ultimi decenni del V secolo a.C.
IV secolo a.C. I corredi tombali liparesi offrono uno dei più ricchi complessi, quantitativamente e qualitativamente, di ceramica figurata di fabbrica siceliota, cioè di centri-greci della Sicilia, sinora rinvenuti in un unico contesto. L'inizio di una abbondante produzione di ceramica a figure rosse in Sicilia, nell'ultimo ventennio del secolo, è dovuta prevalentemente, in parallelismo con la situazione dei centri greci dell'Italia Meridionale, alla forte diminuzione delle importazioni di vasi figurati attici, storicamente in relazione alle vicende della guerra del Peloponneso e della sua fase in occidente (la campagna siciliana).
Alla produzione di maggior impegno tecnico e formale appartengono i crateri, utilizzati come cinerari, esposti nella seconda, terza e quarta vetrina centrale: una parte di essi recano raffigurazioni, dal chiaro simbolismo funerario, legate al culto di Dioniso, dio del vino ma anche dio che promette, agli iniziati del suo culto, le beatitudini ultraterrene, mentre su altri sono dipinte scene derivate da composizioni teatrali, anch'esse collegate alla sfera religiosa di Dioniso, in quanto dio del teatro.
Un primo gruppo è costituito da crateri di ceramografi protosicelioti, fra la fine del V e il secondo venticinquennio del IV sec. a.C., dal Pittore Santapaola al Pittore Prado Fienga.
Intorno al 360 a.C. i crateri del Gruppo Louvre K.240, strettamente collegato con lo stile del ceramografo pestano Asteas fra i quali quello, celeberrimo con Dioniso che assiste all'esibizione di un'acrobata alla presenza di attori della commedia e l'altro con Dioniso ebbro.
Fra le figurazioni di episodi mitici, per la quasi totalità derivate dai soggetti di opere teatrali: i due crateri a calice del Pittore di Adrasto, rispettivamente con Adrasto che seda la contesa fra Tideo e Polinice, antefatto della saga mitica dei Sette a Tebe, con l'antefatto della tragedia "Le Trachinie" di Sofocle (intorno al 350 a.C.); il cratere a calice della cerchia del Pittore di Siracusa 47099 con Alcmena al rogo dalla perduta tragedia di Euripide (intorno al 350 a.C.); i due crateri a calice del Pittore di Maron (intorno al 350-340 a.C.) con Ulisse nella terra dei Ciclopi che riceve da Maron, sacerdote d'Apollo, l'otre colmo del vino col quale ubriacherà Polifemo e con la morte di Ippolito, dall' "Ippolito incoronato" di Euripide.
Nella vetrina lungo la parete nord della sala sono esposti corredi della prima metà del IV secolo a.C. (soprattutto del primo venticinquennio) nei quali la ceramica vernice è ormai quasi esclusivamente di fabbrica siceliota se non locale.
Sala XXII: Corredi del IV secolo a.C.: dal secondo venticinquennio alla fine del secolo.
Assai numerosa, in questo arco cronologico, si presenta la ceramica a figure rosse, soprattutto di fabbrica siceliota ma anche di officine italiote, dalle iconografie spesso assai ripetitive, connesse soprattutto alle sfere cultuali di Dioniso ed Afrodite. In particolare: vasi della bottega (attiva probabilmente nella stessa Lipari) del cosiddetto pittore Nyn (tra il 350 e il 325-320 a.C.) che mostrano marcati legami stilistici con la pittura vascolare di coeve officine della Campania, come il pittore Madman pure attivo a Lipari. Tra le opere più impegnative dei seguaci del Pittore Nyn o con essi direttamente collegati, il grande cratere a calice con scena di banchetto campestre. Di primo piano, nel quadro della produzione siceliota a figure rosse dell'ultimo venticinquennio del secolo, la personalità del Pittore di Cefalù, attivo molto probabilmente nell'ambito di un'officina liparese. Tra i suoi "capolavori" la lekane (larga tazza con coperchio utilizzata come contenitore di cosmetici o altri effetti femminili) con Apollo ed Artemide. Diversi corredi della seconda metà del IV secolo (almeno dal 340) sono caratterizzati, soprattutto nell'ultimo venticinquennio del secolo, dalla presenza di ceramica di fabbrica siceliota con decorazione sovradipinta (in colore bianco, giallo e rosso) del cosiddetto "stile di Gnathia" (dalla cittadina della Puglia dove era ubicato un fiorente centro produttore di questa serie di vasi) decorate soprattutto con tralci di vite o convolvoli.
SALA XXIII:
Terrecotte sacrali.
Assai cospicuo è il complesso di terrecotte votive, databili fra gli ultimi decenni del IV e la prima metà del III secolo a.C., del Santuario extraurbano dell'ex predio maggiore, in c.da Diana, dedicato prevalentemente a culti legati all'oltretomba: busti e statuette di Demetra o Kore (Persefone) e di altre divinità (Hermes ed Artemide), "pinakes" (quadretti) figurati a rilievo con sacerdotesse in atti rituali e divinità femminili, etc.
Terrecotte di soggetto teatrale.
Dalla necropoli di Lipari proviene il più ricco ed il più antico, "corpus" di terrecotte di soggetto teatrale. Ben oltre un migliaio di pezzi fra modellini di maschere e statuette tutte di produzione locale sinora rinvenuto in un solo sito: una documentazione di straordinario interesse per la più approfondita conoscenza di importanti aspetti del teatro greco.
La loro esclusiva presenza, a Lipari, in contesti funerari, in tombe ed in fosse votive, trova la sua spiegazione, in un duplice aspetto della personalità di Dioniso, dio del teatro ed insieme, dio che assicura agli iniziati al suo culto le beatitudini ultraterrene.
Seguendo l'ordine espositivo: maschere della tragedia, del dramma satiresco (composizioni teatrali di intonazione umoristico o decisamente comico, fra i cui protagonisti figurano satiri) e della Commedia antica (rivolta soprattutto alla caricatura di aspetti della vita politica e sociale dell'epoca); solitamente associate in una stessa tomba (come vediamo anche per le statuette della Commedia di Mezzo) in gruppi riferibili ad una singola opera teatrale si collocano soprattutto nell'arco dei primi due terzi del IV secolo.
Sono stati identificati i personaggi di diverse tragedie di Sofocle ed Euripide, alcune delle quali non pervenuteci nell'integrità del testo: del primo "Le Trachinie", "l'Edipo re" e la perduta "Filottete a Troia", del secondo "Le Troiane", "l'Alcesti" e le perdute "Alexandros", "Chrysippos", "Ecuba"; inoltre la smarrita "Ettore" di Astidamante il giovane (tragediografo del IV secolo a.C.). Un gruppo di maschere dovrebbe riferirsi alle "Ecclesiazuse" (le donne a parlamento) di Aristofane (il maggiore maestro della Commedia Antica) mentre ad una commedia di soggetto mitologico, non pervenutaci, appartengono le due stupende maschere di Eracle e Hades. Numerosissime sono le statuette di attori della Commedia cosiddetta di mezzo, prevalentemente della seconda metà del IV secolo a.C. vecchi, giovani, schiave e schiavi (anche negri), donne, in diversi tipi variamente atteggiati e caratterizzati.
Ancor più cospicuo è il gruppo delle maschere (oltre cinquecento esemplari) di personaggi della Commedia Nuova di Menandro, di ambiente borghese, la cui produzione, nell'ambito della sola prima metà del III secolo a. C. inizia dopo il 290 a.C., anno della morte del commediografo ateniese.
Nella modificata organizzazione teatrale del primo ellenismo la tipologia appare decisamente "pianificata", pur se il carattere di ciascun tipo, ripetuto con poche varianti sino all'età imperiale romano, è colto con felice realismo espressivo. A Lipari sono rappresentati 33 fra i 44 tipi elencati da Giulio Polluce nel suo "Onomastikon", enciclopedia del II secolo d.C., e divisi in cinque categorie: vecchi, giovani, schiavi, donne vecchie, donne giovani (donne di famiglia ed etere).
Infine un gruppo di piccole riproduzioni fittili, maschere e statuette, di ritratti (in bronzo e in marmo) di personaggi illustri Sofocle, Euripide, Menandro, Omero, Socrate, Lisia, Alessandro Magno, etc.
Sala XXIV: Corredi della prima metà del III secolo a.C., sino al 252 - 251 a.C. (distruzione di Lipàra da parte dei Romani durante la prima guerra punica).
Sono caratterizzati dall'abbondante presenza di ceramica figurata policroma (nella quale alla tradizionale tecnica a "figure rosse" si aggiunge l'abbondante impiego di vivi e svariati colori a tempera (rosso, azzurro, giallo, bianco, etc.), applicati dopo la cottura del vaso, delle officine eoliane della prima metà del III secolo a.C., che producono anche ceramica a decorazione sovradipinta, dello "stile di Gnathia" e a vernice nera.
Caposcuola della produzione figurata policroma è il Pittore di Lipari, fra il 300-290 ed il 270 a.C. circa; suoi seguaci e continuatori, Pittori della "Sphendone bianca" (sorta di fascia che cinge i capelli femminili), delle tre Nikai (le vittorie alate), della Colomba e di Falcone (il cui vaso eponimo, da Falcone presso Tindari, è conservato al Museo di Palermo), che prosegue la sua produzione successivamente alla fine dell'attività del Pittore di Lipari. Peculiari, oltre la tecnica, si rivelano anche i soggetti raffigurati, tutti dedicati al mondo femminile e riflettenti particolari aspetti del dionisismo funerario: la frequente rappresentazione di scene nuziali simboleggia la felicità ultraterrena della mistica unione dell'anima con la divinità dopo la morte.
Al pittore di Lipari (con la parziale eccezione del pittore di Falcone) si devono le opere di maggior perizia pittorica e compositiva: per esempio le due grandi lekanai con le Beatitudini dei Campi Elisi, quella con le nereidi recanti le armi di Achille; le due pissidi skyphoide (vasi con coperchio - pissidi - a forma di "skyphoi", cioè tazze con due manici) con la dea Hera prossima alle nozze etc.
Nell'ambito della ceramica dello "stile di Gnathia" del tutto particolare si presenta, nel decennio precedente la distruzione del 252-251 a.C., l'opera del Pittore dei Cigni, aperto al nuovo gusto decorativo che caratterizza, nel mondo greco, la produzione ceramica della prima fase dell'età ellenistica. Particolarmente significativa del periodo in cui Lipari, dal 269 a.C. divenne base navale cartaginese, è una stele funeraria in pietra lavica di tipo punico, sagomata ad edicola. Accanto ai corredi tombali sono esposti, nelle due vetrine lungo la parete orientale, i materiali di due "favissae" (fosse votive) nell'area della necropoli.
Sala XXV:
È ricostruita una trincea di scavo con un lembo della necropoli di c.da Diana, con tombe di vario tipo, sovrapposte dal V al III secolo a.C.
SECONDO PIANO.
SALA XXVI: Lipari, romana, bizantina, medievale e moderna. Il percorso della visita inizia a sinistra dell'ingresso.
Nella "fronte Ovest" dell'elemento ("pannello-parete") curvilineo che divide longitudinalmente la sala è presentata una ricostruzione della stratigrafia all'esterno di una torre della cinta muraria di c.da Diana col livello pertinente alla distruzione del 252-251a.C., che ha restituito proiettili di pietra di catapulta ed armi in ferro insieme ad un ripostiglio monetale.
Procedendo dall'ingresso verso sinistra, corredi tombali di età romana, dalla seconda metà del III sec. a.C. al II sec. d.C. In età repubblicana piuttosto modesti risultano i corredi della seconda metà del III e del II sec. a.C., questi ultimi decisamente standardizzati nelle tipologie vascolari. Maggior varietà offerta dai contesti tombali del tardo periodo repubblicano e dei primi due secoli dell'età imperiale: i due singolari vasi in terracotta configurati a testa di Iside (con firma del ceramoplasta Dorotheos) e a delfino in una stesso corredo, all'incirca della seconda metà del I secolo a.C., che raccoglie fra l'altro alcuni singolari vasi con decorazione a fasce di tipi egittizzante; terra sigillata italica, ceramica a vernice rossa corallina (dalla seconda metà del I sec. a.C. alla fine del I sec. d.C.); terra sigillata di produzione africana, ceramica a vernice arancio (dagli ultimi decenni del. I sec. d.C.); vasi a pareti sottili, soprattutto bicchieri e piccole coppe con decorazioni semplici (dal I secolo a.C. al II secolo d.C.); numerosissime lucerne a matrice col disco decorato a rilievo delle quali un'ampia esemplificazione, dall'età repubblicana al tardo periodo imperiale, è esposta in una speciale vetrina,vasi in vetro di varie forme etc.
Fra gli altri reperti esposti:
1) Materiali, fra gli ultimi decenni del primo e l'inizio del II sec. d.C., dallo scarico di una officina ceramica in c.da Porto delle Genti a Lipari, dove venivano prodotte anfore per l'esportazione di un prodotto locale.
2) Due pregevoli esempi di scultura in marmo: ritratto di nobildonna dell'età degli imperatori flavi (70-90 d.C. circa) e testa di barbaro da un sarcofago con scena di battaglia fra romani e barbari (probabilmente degli inizi del III sec. d.C.).
3) Varie epigrafi funerarie pagane e cristiane fra le quali la celebre iscrizione del cappadocio Glafiro (II sec.d.C) e l'iscrizione cristiana di Proba dalla necropoli di età tardo imperiale romana del predio Zagami.
4) Varie testimonianze di età tardo imperiale romana e bizantina (antecedentemente alla conquista di Lipari da parte degli Arabi nell'838): un frammento di mensa d'altare lobata in marmo con bordo decorato a rilievo con un tralcio di vite (da Panarea V-VI sec. d.C.).
Ampia scelta di ceramiche di età medievale, rinascimentale moderna, provenienti dal Castello di Lipari (chiostro del monastero normanno, pozzi e fognature), soprattutto di fabbriche siciliane, dell'Italia meridionale e spagnole.
È anche esposta una riproduzione fotografica del "Constitutum" dell'Abate Benedettino Ambrogio, importante documento su pergamena (conservato nell'Archivio Capitolare di Patti) del 1095, col quale, in età normanna, dopo la cacciata degli Arabi, venne statuito il ripopolamento di Lipari e delle Eolie.